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	<title>S. Giuliano - S. Agostino &#187; don Roberto</title>
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	<description>Sito internet della Comunità Pastorale Parrocchie S.Giuliano e SS. Agostino e Antonino in Como</description>
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		<title>Congedo</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Jul 2015 12:21:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>don Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Tutto passa, Dio solo resta”. Queste parole di santa Teresa d’Avila dovrebbero accompagnare la vita di ognuno di noi, allenandoci a quei distacchi parziali che ci preparano alla morte, il grande distacco da tutto ciò che è terreno. La nostra esistenza è fatta di segmenti, nei quali incontriamo persone e viviamo situazioni che non c’erano [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: medium;">“Tutto passa, Dio solo resta”. Queste parole di santa Teresa d’Avila dovrebbero accompagnare la vita di ognuno di noi, allenandoci a quei distacchi parziali che ci preparano alla morte, il grande distacco da tutto ciò che è terreno. La nostra esistenza è fatta di segmenti, nei quali incontriamo persone e viviamo situazioni che non c’erano prima e non ci saranno dopo. L’importante è vivere ogni segmento come un dono di Dio, unico e irripetibile, gustandone tutta la bellezza e la positività. Quante volte capita di incontrare persone che si pentono amaramente di aver trascurato una persona o che ne sentono la mancanza perché è morta, ma quando era viva l’hanno sempre trattata male o con sufficienza? E che dire di tutti quelli che si lamentano di tutto quando stanno bene e solo quando sono in un letto di ospedale si rendono conto della loro stupidità e di non aver saputo godere di niente e di quanto sarebbe stato meglio non lamentarsi quando si stava bene? Nella mia vita termina un segmento. La mia esperienza come parroco di san Giuliano si conclude e ne comincia un’altra come parroco di Grandate. “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto. Sia benedetto il nome del Signore”, dice Giobbe. Ed è proprio vero che Dio vuole sempre il nostro bene. Egli ha pensato per noi il meglio. E questa dovrebbe essere la convinzione che accompagna un prete che cambia Parrocchia su richiesta del vescovo e anche la convinzione della Comunità che lo saluta e di quella che lo accoglie. È sempre troppo facile e poco intelligente guardare ai difetti e fermarsi lì. Così come è troppo umano fermarsi ai pregi assolutizzandoli. Tutte le persone e tutte le Comunità hanno virtù e vizi. La fede aiuta a superare la visione puramente terrena per aprire ad un progetto più grande, che è quello di Dio. E proprio perché è più grande non è detto che noi umani ne capiamo subito tutti i dettagli.</span></p>
<p><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: medium;">E finisce qui anche l’avventura delle “riflessioni”. Qualcuno tirerà un sospiro di sollievo, a qualcuno dispiacerà. Anche questo è nella logica delle cose: non si piace a tutti e non si dispiace a tutti. Chiedo perdono se con questo strumento ho urtato la sensibilità di qualcuno e ringrazio in modo particolare coloro che mi hanno fatto presente di non essere d’accordo con quanto scrivevo, dandomi così modo di chiarire il mio pensiero e anche di riflettere sulla bontà delle mie opinioni. Purtroppo mi resta la convinzione che la schiettezza sia una virtù rara in ambito ecclesiale e che si preferisca il parlare subdolamente alle spalle, magari anche calunniando, piuttosto che affrontare le questioni con i diretti interessati. Pazienza. Vuol dire che nella Chiesa ci sono ancora buoni margini di miglioramento. E questo non ci fa sentire arrivati. Mi affido alla preghiera di tutti: E a tutti assicuro la mia. Buon cammino!  </span></p>
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		<title>Obbedienza</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Jul 2015 08:09:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>don Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’obbedienza è ancora una virtù? Quando ci si pone questa domanda istintivamente vengono in mente tanti tristi figuri che hanno compiuto stragi immani giustificandosi con la formula “ho obbedito agli ordini”. Già, gli ordini. Il primo criterio per stabilire se l’obbedienza è una virtù è proprio il comando, l’ordine che si richiede di eseguire. La [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: verdana, geneva;font-size: medium">L’obbedienza è ancora una virtù? Quando ci si pone questa domanda istintivamente vengono in mente tanti tristi figuri che hanno compiuto stragi immani giustificandosi con la formula “ho obbedito agli ordini”. Già, gli ordini. Il primo criterio per stabilire se l’obbedienza è una virtù è proprio il comando, l’ordine che si richiede di eseguire. La coscienza della persona deve analizzare bene, con gli strumenti che ha a disposizione, la bontà o meno di un ordine. Ed eventualmente rispondere di no, costi quel che costi. Certo, sarebbe sempre il caso che tra i motivi di un eventuale “no” non rientri il proprio interesse o il proprio comodo. La cosiddetta “obiezione di coscienza” è un esempio lampante di un venir meno ad un obbligo fondando questo comportamento negli ideali, coltivati senza se e senza ma. Ci sono situazioni nelle quali disobbedire può diventare un preciso dovere. Un discorso poi molto particolare vale per l’istituzione ecclesiastica, dove l’obbedienza è tanto importante da diventare, per alcuni, addirittura un voto e per altri un solenne impegno preso pubblicamente nel giorno dell’Ordinazione: “Prometti a me e ai miei successori filiale rispetto e obbedienza?”, chiede il Vescovo. E la risposta, ovvia in quel momento, è: “Sì, lo prometto”.  Poi, nel corso della vita, la risposta rischia di diventare meno ovvia, di assumere sfumature strane, di cominciare a considerare un sacco di se e di ma. E si può arrivare ad assumere decisioni e comportamenti esattamente opposti a quello che si è promesso. E invece l’obbedienza offre una grande libertà. Innanzitutto da sé stessi, dai propri legami, dal proprio attaccamento a qualcosa o a qualcuno. La persona libera obbedisce per essere ancora più libera, libera dalla ricerca del proprio comodo, dal proprio orgoglio, soprattutto quando l’obbedienza comporta quella che i criteri umani considerano una retrocessione (mi ha sempre colpito tantissimo santa Teresa Couderc, fondatrice delle Suore del Cenacolo, quando viene relegata dalla nuova superiora a occuparsi dell’orto e accoglie con grande serenità questa nuova mansione che, umanamente, poteva essere solo una terribile umiliazione), libera dai propri progetti, che tante volte oscurano quelli di Dio. Certo, ci sono obbedienze facili e meno facili. Sto pensando all’obbedienza tremendamente impegnativa che fa il cardinale che accetta di diventare Papa. Fosse anche un ambizioso di prima categoria (che si annidano sempre nelle file ecclesiastiche: sono quelli che davanti ad un incarico più prestigioso fanno finta di averci pensato su e di aver accettato a malincuore e di avere tanto dolore pensando al gregge che lasciano e tanta paura trepidante pensando a quello che troveranno…ma sotto sotto gongolano. E se poi alla promozione è legato anche il titolo di monsignore…brodo di giuggiole!) davvero dovrebbe sentirsi schiacciato da tanta responsabilità. L’obbedienza, poi, permette di fidarsi di Dio. Si fa la volontà di un altro, vescovo o superiore che sia, che diventa mediatore della volontà di Dio. Persino don Abbondio, nei Promessi sposi, quando sale, per obbedienza, al castello dell’Innominato, arriva a dire: “Non mi ci sono messo di mia volontà e quindi Dio è in obbligo di aiutarmi”. Affidarsi a Dio è la cosa più importante per chi dice di aver fede. E allora ben venga l’obbedienza. Che, almeno nella Chiesa, resta una virtù!     </span></p>
<p><span style="font-family: verdana, geneva;font-size: medium">                                                                                                                   </span></p>
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		<title>Volti</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Jul 2015 18:11:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>don Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando distribuisco la Comunione durante la Messa affido sempre le persone che mi sfilano davanti per ricevere il Corpo di Cristo. Persone che hanno le loro gioie e i loro dolori e che il parroco conosce. E proprio questa conoscenza mi permette di affidare a Gesù in modo particolare le pene che ognuno porta nel [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: verdana, geneva;font-size: medium">Quando distribuisco la Comunione durante la Messa affido sempre le persone che mi sfilano davanti per ricevere il Corpo di Cristo. Persone che hanno le loro gioie e i loro dolori e che il parroco conosce. E proprio questa conoscenza mi permette di affidare a Gesù in modo particolare le pene che ognuno porta nel cuore. Sì, perché in 27 anni di sacerdozio ho incontrato migliaia di persone e posso affermare con assoluta certezza che non esiste una persona che sia esente dalla croce, intesa come peso da portare o fatica da fare o sofferenza da sopportare. E i volti di queste persone parlano. Parlano di forza, di serenità, di accettazione, di resistenza, di caparbietà… parlano di una fede a volte in crisi, messa a dura prova dalle vicende della vita, a volte così forte da donare tanta serenità anche in mezzo alle tempeste più tremende. La fede, quando diventa abbandono alla volontà di Dio, nella convinzione che il Padre vuole sempre il nostro bene, è un’arma potentissima. Riesce infatti a scardinare l’opera del Maligno, che da sempre vuole separare l’uomo da Dio, per farci provare il dramma della solitudine, dell’impossibilità di essere aiutati e sostenuti, dell’orgoglio che rifiuta, sprezzante, qualunque presenza che possa minare l’umana volontà di potenza. I volti parlano. E raccontano storie di amore e di odio, di generosità e di rancore, di dono e di ingratitudine. Rivelano la presenza di una sofferenza fisica o di una sofferenza spirituale, dicono la gioia, manifestano la felicità. Come sarebbe bello se riuscissimo a “sprecare” un po’ di tempo per guardarci in modo non superficiale, per cercare di fare quello che faceva Gesù, il quale “guardava dentro”. Forse per noi sarebbe già un traguardo guardare negli occhi, guardare in viso. E lasciarsi guardare, rischiando che l’altro scopra le nostre debolezze, le nostre fragilità, le nostre pietose bugie. Forse è proprio questa la parte più difficile, soprattutto per chi è abituato a dare, a non chiedere, a sostenere gli altri: farsi scoprire debole, bisognoso di aiuto, di sostegno, incapace di arrivare dappertutto. È l’esperienza che viviamo quando siamo malati e ci sembra che la nostra vita si trascini nell’inutilità, diventando un peso per gli altri, senza renderci conto, invece, della preziosità del tempo della malattia, che ci unisce in modo tutto particolare alla Croce di Gesù. E se noi stessi provassimo a guardare seriamente il nostro volto, magari al mattino, nello specchio, che cosa riusciremmo a vedere?  </span></p>
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		<title>Affitti</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Jun 2015 08:18:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>don Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Incredibile! 7.066 case del Comune di Roma sono affittate a 7,75 euro al mese. Sì, avete capito bene: 7,75 euro al mese! Circa 15.000 delle vecchie lire. Ovviamente il patrimonio immobiliare del Comune di Roma è immenso: 42.455 immobili. Tra i quali alcuni sono adibiti a sedi di partito (il PD in via dei Giubbonari, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: medium;">Incredibile! 7.066 case del Comune di Roma sono affittate a 7,75 euro al mese. Sì, avete capito bene: 7,75 euro al mese! Circa 15.000 delle vecchie lire. Ovviamente il patrimonio immobiliare del Comune di Roma è immenso: 42.455 immobili. Tra i quali alcuni sono adibiti a sedi di partito (il PD in via dei Giubbonari, vicino al ministero della giustizia, paga un canone di 200 euro mensili), alcuni sono bar (uno vicino a Villa Glori paga 26 euro mensili) altri ristoranti (uno in via Appia Antica sborsa la tremenda cifra di 258 euro mensili!). In conclusione, il Comune di Roma nel 2013 ha ricavato dal suo patrimonio immobiliare circa 27,1 milioni di euro (media di 52 euro al mese per ogni immobile), spendendone, nel 2014, 138,9 per le manutenzioni. Senza contare che il Comune prende in affitto per sé e i suoi vari uffici 4.801 appartamenti con un canone medio di 364 euro mensili, sborsando ai privati (solitamente le grandi famiglie di costruttori ed immobiliaristi!) proprietari degli immobili la somma totale 21 milioni annui. Solo ultimamente, poi, sono iniziate le verifiche per controllare se gli assegnatari degli appartamenti  fossero in possesso dei requisiti richiesti (reddito e quant’altro): è saltato fuori che su 96 famiglie (96!) controllate 39 non avrebbero avuto diritto all’alloggio. Ovviamente è sempre opportuno fare i controlli dopo e non prima. Così, adesso, chi li libera quegli alloggi? Non so quale sia la situazione degli altri Comuni in Italia, ma posso immaginare. Favori agli amici, raccomandazioni, spintarelle, pratiche favorite e altre insabbiate, quando non vera e propria corruzione sono all’ordine del giorno, stando alle notizie fornite dalla stampa. E tutto questo oscura il lavoro onesto di tanti. Grazie al Cielo ci sono ancora persone che hanno a cuore la giustizia, che svolgono i propri compiti con dedizione e autentici sacrifici. Ma purtroppo la presenza delle mele marce rischia sempre di rovinare il lavoro di tutti, generando la pessima idea, nella cosiddetta “opinione pubblica”, che tutti sono disonesti, corrotti e chi più ne ha più ne metta. Forse occorrerebbe che la maggioranza silenziosa, quella degli onesti, fosse un po’ meno silenziosa e cominciasse a manifestare in qualche modo eloquente la propria richiesta di onestà e trasparenza. Spesso l’intreccio tra politicanti e burocrati con pochi scrupoli porta danni enormi alla collettività. Perché votare gli uni e mantenere al proprio posto gli altri? Perché non denunciare le mancanze di cui si hanno le prove? Il male prospera nel silenzio e nelle tenebre. E non portarlo alla luce significa, alla fine, esserne complici.</span></p>
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		<title>Volontariato</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Jun 2015 14:05:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>don Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come ogni anno è iniziato il grest. E vedere all’opera così tanti volontari, tutti insieme contemporaneamente, mi fa sempre impressione. Giovani e diversamente giovani che dedicano ore del proprio tempo, gratuitamente, per gli altri riaccende la speranza in un mondo migliore. E in una Chiesa migliore. Dare un po’ di sé stessi gratuitamente (ma forse [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: verdana, geneva;font-size: medium">Come ogni anno è iniziato il grest. E vedere all’opera così tanti volontari, tutti insieme contemporaneamente, mi fa sempre impressione. Giovani e diversamente giovani che dedicano ore del proprio tempo, gratuitamente, per gli altri riaccende la speranza in un mondo migliore. E in una Chiesa migliore. Dare un po’ di sé stessi gratuitamente (ma forse fa più impressione dire “gratis”) è il modo migliore per affermare che il bene esiste e trova in sé stesso la propria ricompensa. In un mondo che tende sempre (in ogni epoca e non solo oggi) ad essere cinico, a pensare più alle cose materiali che al resto, che ha sempre la tentazione di credere che il denaro può comprare anche la felicità, chi fa volontariato riesce a procurare una ventata di aria fresca, che dissipa i soffocanti miasmi di chi guarda solo al profitto materiale. Penso che la Chiesa, in particolare, debba sempre più riscoprire questa dimensione. Si possono trovare persone altamente competenti disposte a prestare la propria opera gratis in tutti gli ambiti. Perché non offrire loro questa possibilità? Qualche anno fa andava di moda, in Diocesi non lontane dalla nostra, la figura dell’animatore di oratorio (o, meglio, coordinatore o manager o factotum) assunto e stipendiato. Chissà come è andato a finire questo esperimento? A me sembrava alquanto fuori luogo. È vero che dava lavoro ad un giovane, ma tarpava le ali a tanti altri, annullando le loro possibilità di impegno gratuito. Lo stesso vale per il settore amministrativo, per le segreterie. Chi ha detto che una persona stipendiata, a tempo pieno, sia meglio di due che offrono un po’ del proprio tempo gratuitamente? Mi rendo conto di fare ragionamenti terra terra, che non tengono conto delle grandi teorie macroeconomiche, ma che partono da una frase di Gesù: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Il volontariato rende molto bene l’idea dell’Amore gratuito di Dio e gli offre una bellissima testimonianza. E crea rapporti autenticamente liberi, senza interessi da difendere che non siano quelli del bene comune: se nessuno mi stipendia nessuno può impormi di andare contro la mia coscienza. Mi rendo conto che una situazione del genere può non essere accessibile a tutti. Ma è proprio vero? Anni fa un papà che aveva un lavoro molto impegnativo mi diceva: “se voglio essere onesto fino in fondo io le troverei due ore la settimana da dedicare agli altri. Ma non ne ho voglia”. Ecco il punto: la voglia! Il desiderio di mettersi in gioco, di sudare in un cortile in mezzo a torme di bambini urlanti anziché bersi il cervello e le relazioni di fronte ad un computer o ad un telefonino. La voglia di dare un segno a sé stessi e agli altri lasciandosi provocare e coinvolgere da Uno morto in croce “gratis”! La nostra mentalità materialista fa fatica ad accettare la sfida di Gesù e con tante scuse e giustificazioni cerca sempre di affermarsi in modo più o meno subdolo e strisciante. Ma alla fine quell’uomo-Dio che si offre in sacrificio non può lasciarci totalmente indifferenti e, prima o poi, si farà strada nei nostri cuori, troppo spesso resi duri dalla scarsità di fede. Un “grazie” grandissimo agli animatori e a tutti i volontari adulti del nostro grest. Mi fanno ricordare che Gesù è morto “gratis” per me. E per tutti. </span></p>
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		<title>Ordinazioni</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Jun 2015 12:29:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>don Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quest’anno bisognerebbe parlare al singolare, perché la nostra Diocesi vive l’esperienza di una sola ordinazione presbiterale. Già, su 500.000 abitanti uno solo ha risposto alla chiamata di Dio e oggi diventa prete. Come considerare tutto questo? Potremmo innanzitutto ringraziare il Signore che ancora chiama e non si stanca di fare regali ad una Chiesa i [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: medium;">Quest’anno bisognerebbe parlare al singolare, perché la nostra Diocesi vive l’esperienza di una sola ordinazione presbiterale. Già, su 500.000 abitanti uno solo ha risposto alla chiamata di Dio e oggi diventa prete. Come considerare tutto questo? Potremmo innanzitutto ringraziare il Signore che ancora chiama e non si stanca di fare regali ad una Chiesa i cui membri fanno spesso di tutto per non meritarseli. Come dice di frequente il nostro vescovo, se misurassimo la fede delle nostre Comunità che cosa troveremmo? E quando parlo di Comunità, non mi riferisco solo alle povere parrocchie, ormai rimaste sole a presidiare il territorio e a cercare di evangelizzare un po’ i pagani di ritorno, che affollano i nostri paesi e le nostre città, con risultati spesso scarsi e con molte frustrazioni, con la tentazione di ripiegarsi su sé stesse e di rifugiarsi nella logica fallimentare del “pochi, ma buoni”. Che, poi, ogni tanto, così buoni non sono, perché se andiamo un po’ in profondità nell’analisi della vita di tante Comunità, si scopre che, insieme a tanto impegno sincero e a tanta generosità, ci sono anche invidie, malevolenze, protagonismi narcisistici, gruppi chiusi, oligarchie gestionali, amici del parroco e amici degli amici del parroco… Ma qui il discorso diventa molto ampio, perché dovremmo chiederci qualcosa riguardo all’identità della Chiesa oggi. Chi siamo? Che cosa facciamo? Che cosa si percepisce del nostro essere e del nostro operare? Che cosa facciamo percepire del nostro essere e del nostro operare? I problemi di relazione e di testimonianza vissuti nelle Parrocchie sono presenti in tutti gli altri livelli. Ecco perché il polso della fede va misurato a tutti, non solo a chi vive nelle Parrocchie. “Il pesce comincia a puzzare dalla testa”: e forse un po’ di sana autocritica da parte di tutti farebbe tanto bene alla Chiesa. Che cosa percepiscono i giovani, oggi, dello “stile” di vita dei cristiani e, in particolare, quale esemplarità offriamo noi, appartenenti al clero e alla vita religiosa? Che cosa può trovare di veramente bello ed evangelico negli uomini e nelle donne che hanno fatto la scelta (teoricamente) di donarsi interamente a Dio? Sono domande che mi sono sempre posto e che non vogliono togliere nulla al primato della grazia di Dio, che agisce ben aldilà dei limiti umani. Sono domande che, semplicemente, mi fanno pensare alla testimonianza che danno i vescovi, i preti, i frati, le suore, i laici cosiddetti impegnati, gli sposi, cioè la Chiesa in tutte le sue articolazioni. Testimonianza di vita vera e non di parole, perché a dir parole siamo tutti campioni! Un ultimo pensiero. Molte persone stanno vivendo come una sciagura il fatto di avere un solo prete novello in Diocesi. Ma chi l’ha detto che questo non sia un segno di Dio? Chi l’ha detto che il Signore non ci stia dicendo qualcosa di importante sul nostro modo di concepire la Chiesa, ancora troppo clericale? Ci sono pochi preti. Dove sarà mai il problema? Vuol dire che, finalmente, si darà spazio ai laici. Dovrebbero averle sentite tutti i vescovi italiani le parole che ha detto il Papa all’inizio della loro assemblea sulla valorizzazione e l’autonomia dei laici. Che cosa si aspetta? Di aver “formato” una generazione di laici che la pensino esattamente come i preti, trasferendo ad essi il clericalismo e cooptandoli nelle stanze dei bottoni solo se perfettamente in linea con le idee del “capo”? Vedremo! Intanto godiamoci la grande gioia di avere un nuovo prete e continuiamo a pregare perché ce ne siano altri capaci di servire il Popolo di Dio e non gli interessi di bottega.</span></p>
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		<title>Piccolino</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Jun 2015 14:13:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>don Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualche giorno fa commentavo con una persona l’assassinio di Mario Piccolino. Chi era costui? si chiederanno in molti. Era un uomo coraggioso. Avvocato di Formia, 71 anni, da sempre impegnato in iniziative per la legalità attraverso il suo blog, in aperto contrasto con i clan camorristici che stanno sistematicamente occupando il territorio della provincia di [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: verdana, geneva;font-size: medium">Qualche giorno fa commentavo con una persona l’assassinio di Mario Piccolino. Chi era costui? si chiederanno in molti. Era un uomo coraggioso. Avvocato di Formia, 71 anni, da sempre impegnato in iniziative per la legalità attraverso il suo blog, in aperto contrasto con i clan camorristici che stanno sistematicamente occupando il territorio della provincia di Latina (la sua ultima battaglia era contro la diffusione del gioco d’azzardo gestito dalla criminalità organizzata), aveva subito un pestaggio nel 2009, poi numerose minacce, fino al 29 maggio, quando un killer è entrato nel suo studio, in pieno giorno, freddandolo con un solo colpo alla testa. Mi ha fatto riflettere una frase detta dal mio interlocutore con una punta di rassegnato cinismo: “se l’è cercata!”. Proprio vero. Se l’è cercata. Perché chi ha un po’ di coraggio se la cerca. Perché chi ha il coraggio di denunciare il malaffare, di dire le cose che non vanno, se la cerca. E dietro la facciata della compassione, del comune cordoglio e degli occhiali scuri per non far vedere che non si piange e delle frasi di circostanza atte a manifestare un dispiacere che non c’è, la cruda realtà è che molti pensano che chi si comporta così se la cerca. E, quindi, molto meglio far finta di niente, tacere. Perché, alla fine, tutti “teniamo famiglia”. Meno male che c’è qualcuno che se la cerca! Meno male che c’è qualcuno che è disposto a pagare di persona! Meno male che il mondo non è fatto solo di “ominicchi” e di “quaquaraquà” (vedi “il giorno della civetta” di Sciascia). L’avvocato Piccolino ha dato a tutti una grande lezione di vita, ha fatto vedere che c’è ancora qualcuno disposto a rischiare per un ideale, ha fatto vedere che valori importanti richiedono di essere difesi, costi quel che costi. D’altronde, che ci stanno a fare le migliaia di martiri che costellano, ancora oggi, la storia della Chiesa? Non erano persone speciali. Erano semplicemente persone coerenti, convinte che gli ideali non sono commerciabili, neanche se costano la vita. Ma, si sa, se la sono cercata, pure loro! Mi piacerebbe vedere tante persone che se la cercano. Tante persone che hanno il coraggio di dire pane al pane e vino al vino, che non fanno del “politicamente corretto” il proprio stile e il proprio credo. Persone disposte a pagare e che non si lamentano quando pagano. Persone che possono ancora guardarsi allo specchio senza vedere una massa viscida che cambia forma a seconda del padrone di turno. Forse il mondo andrebbe un po’ meglio, con persone così. Forse i padroni, i padreterni e le madreterne, sarebbero un po’ ridimensionati. O, comunque, sarebbero costretti ad uscire allo scoperto, a mostrare il loro vero volto, intollerante, cattivo e vendicativo. Sarebbe già qualcosa! Un uomo da solo può fare poco, ma se si comincia ad essere tanti… E comunque anche un uomo da solo può essere una piccola luce, che indica ad altri la strada. Ovviamente, nella riprovazione generale degli ominicchi, che non tollerano i disturbatori del quieto vivere, che non sopportano quelli che vanno a cercarsela, che considerano stupidi o ingenui quelli che osano ancora avere ideali diversi dal “tengo famiglia”, che pensano (ma ovviamente lo dicono solo agli amici più fidati, che la pensano come loro) “ben gli sta!”. Grazie a Dio gli uomini e le donne forti e coraggiosi non mancano. Anche se  si sta diffondendo sempre più l’atteggiamento opposto. La nostra vita e quella del mondo sono il teatro della grande guerra tra Dio e Satana, tra la Luce e le tenebre: ognuno è chiamato a schierarsi. Scegliere di non farlo è già, in realtà, scegliere il Male. L’avvocato Piccolino si è schierato. Ha pagato di persona. Lo ringrazio perché mi ha dato un grande esempio.</span></p>
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		<title>Cavoli</title>
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		<pubDate>Sat, 30 May 2015 12:58:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>don Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le mamme e le nonne che collaborano per la realizzazione del Grest hanno avuto una grande idea. Visto il tema “Tutti a tavola” hanno proposto di suggerire ricette anti spreco, per riutilizzare gli avanzi di cibo. Hanno approntato l’apposito volantino e con le ricette che perverranno sarà anche preparato un apposito ricettario. Due giorni fa, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: medium;">Le mamme e le nonne che collaborano per la realizzazione del Grest hanno avuto una grande idea. Visto il tema “Tutti a tavola” hanno proposto di suggerire ricette anti spreco, per riutilizzare gli avanzi di cibo. Hanno approntato l’apposito volantino e con le ricette che perverranno sarà anche preparato un apposito ricettario. Due giorni fa, nella buca delle lettere ho trovato uno di questi volantini, poco accuratamente ripiegato. Incuriosito e desideroso di leggere la prima ricetta pervenuta, mi sono accorto che l’unica aggiunta al volantino era una scritta lapidaria: &#8220;Don Roberto doveva farsi i cavoli suoi”, ovviamente senza firma. Non è mai stato mio costume fare pubblicità ai vili che non hanno il coraggio di firmarsi. E ho sempre nutrito nei loro confronti un senso di profonda pietà cristiana perché deve proprio essere brutto avere come caratteristica la vigliaccheria, quasi sempre unita alla cattiveria. Ma questa volta faccio uno strappo alla regola che mi sono imposto, anche per il simpaticissimo e forse voluto accostamento dei cavoli alle ricette. Non so a che cosa l’anonimo/a scrivente si riferisca. Il verbo al passato potrebbe significare tante cose, dai fatti dolorosi del 2012 alle prese di posizione del 2014 fino ai contenuti delle più recenti “riflessioni” apparse su questo sito. Ma questa frase mi ha fatto pensare al concetto di “cavoli propri”. </span><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: medium;">Purtroppo mi sembra che stia dilagando l’idea che bisogna solo guardare il proprio interesse. Se assisti ad un’aggressione in strada tira dritto, perché non sai cosa ti può succedere, se sei testimone di un incidente corri a casa senza dir niente, chè poi son tutte rogne. Sai per certo che una persona ha commesso un reato? Cerca di star zitto, chè tu non sei un magistrato né un carabiniere. Vedi delle cose che non vanno per il verso giusto? Lascia perdere, il mondo non lo cambi di certo tu. Mi viene in mente la tragicomica imitazione che Crozza fa del senatore Razzi. Quanta gente la pensa così? Quanta gente crede davvero che non sono cavoli propri di cittadino e di cristiano le storture, il malaffare, la corruzione, l&#8217;impunità, la protervia? E queste persone hanno poi il coraggio di lamentarsi? E se toccasse a loro? Pensare che sono cavoli degli altri è la cosa più idiota che ci possa essere. Perché se qualcuno evade le tasse sono cavoli di chi le tasse le paga, perché deve pagarne di più, tanto per fare solo un esempio. Star zitti, poi, diventa autentica complicità quando ci sono di mezzo i reati. Le associazioni mafiose prosperano sull’omertà, brutta parola, che però è proprio quella da usare per tanti buoni cittadini, tante brave persone, che preferiscono girare la testa dall’altra parte, che fanno finta di non aver visto, di non aver sentito, di non sapere. Finchè ci sarà gente che pensa che tutto quello che succede non sono “cavoli suoi” povera Italia, povera Chiesa, povero mondo. Ho sempre ritenuto che i cavoli che hanno una valenza sociale sono cavoli miei. Ecco perché sono convinto di essermi sempre fatto anche i cavoli miei facendomi i cavoli degli altri. Ecco perchè ci ho sempre messo la faccia (e la firma!). Perché i deboli e i poveri sono cavoli miei. Perché la protervia e le prepotenze dei potenti sono cavoli miei, perché la testimonianza coerente del Vangelo, la trasparenza e l’esercizio della carità sono cavoli miei. Perché io sono chiamato non a fare il giustiziere, ma semplicemente a dare il mio piccolissimo contributo per una società migliore e per una Chiesa migliore. Tenendo presente che il primo che deve continuamente convertirsi sono proprio io, mi impegno a continuare a farmi i “cavoli miei”. Anche a costo di scontentare qualcuno. E disposto sempre ad affrontare le conseguenze di quanto dico, faccio e penso. Senza lamentarmi! Perché chi vuole la bicicletta poi deve pedalare.  </span></p>
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		<title>Riflessioni</title>
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		<pubDate>Sat, 23 May 2015 11:33:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>don Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da ormai due anni esiste il sito della Parrocchia di san Giuliano. E da due anni, ogni settimana, propongo una riflessione sullo stile di quanto enunciato nella prima della serie. Non pretendo che tutti si ricordino che cosa avevo scritto e nemmeno che i neofiti del nostro sito vadano a recuperare quel reperto archeologico. Mi [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: verdana, geneva;font-size: medium">Da ormai due anni esiste il sito della Parrocchia di san Giuliano. E da due anni, ogni settimana, propongo una riflessione sullo stile di quanto enunciato nella prima della serie. Non pretendo che tutti si ricordino che cosa avevo scritto e nemmeno che i neofiti del nostro sito vadano a recuperare quel reperto archeologico. Mi sembra utile ribadire, però, alcuni concetti che guidano questo mio scrivere settimanalmente, soprattutto perché ultimamente, con disappunto di molti e gaudio di pochi, gli interventi qui pubblicati vengono ripresi da altri siti e dalla carta stampata. Le riflessioni del sottoscritto sono quelle di un uomo comune, di un cristiano comune, di un prete comune, mediamente colto e mediamente ignorante, mediamente ingenuo e mediamente furbo, mediamente generoso e mediamente egoista. Uno come gli altri, quindi, senza pretese di verità assoluta, senza la pretesa di parlare a nome della Chiesa, come fanno altri, senza la pretesa che tutti condividano le opinioni qui espresse. Queste riflessioni vogliono solo essere un invito, a me stesso prima di tutto, e poi anche agli altri, anche a chi non le condivide, a pensare, a riflettere, appunto. E non solo sul sesso degli angeli o sui grandi temi che da sempre sono oggetto di interesse dei pensatori. Mi interessano di più i temi piccoli, vicini a noi, che ci riguardano direttamente nel nostro vivere quotidiano. Anche perché è su queste cose piccole e concrete che spesso casca l’asino e si vede che cosa davvero ha in mente chi si riempie la bocca di parole e di concetti molto alti. Pensare è spesso pericoloso, oltre che faticoso. Perché chi pensa deve essere disposto a mettere in crisi alcune certezze, a farsi guidare dalla ricerca della verità, sempre inseguita e spesso sfuggente, non deve mai accontentarsi di quello che pensano gli altri. L’omologazione del pensiero è una delle cose più terribili che può capitare ad un consorzio umano. A qualunque consorzio umano. Anche alla Chiesa, che pure non ha solo la componente umana. Qualcuno condivide quello che penso e scrivo e qualcuno no. Di questi ultimi, qualcuno ha il coraggio di dirmelo direttamente (e ringrazio, perché la critica mi arricchisce e mi aiuta a rimotivare il mio fare e mi permette di pensare) e qualcuno no, limitandosi a parlarne con altri, a creare quel clima brutto che sa di pettegolezzo stantio, spesso sconfinante nella calunnia, che mira alla demolizione dell’avversario e alla sua demonizzazione attraverso il “si dice”, il “ma sai che ho sentito dire che…”. Sono un uomo comune, un cristiano comune, un prete comune che ha mantenuto la capacità di indignarsi. E forse, senza scomodare i movimenti spagnoli, un po’ di sana indignazione ogni tanto farebbe bene a tutti. Forse, nel momento in cui questa indignazione trovasse canali leciti per esprimersi apertamente, sarebbe davvero utile a questa nostra Italia e sarebbe utile alla Chiesa stessa. Forse per qualcuno sarebbe più facile vedere tutto rosa, tutto bello, tutto fascinoso. Anche a me piacerebbe poter dire “va tutto ben, madama la marchesa!”, ma l’amore che porto al mio Paese, alla mia città, alla mia Chiesa e ai deboli mi provoca a vedere, insieme a tanto bene, anche qualcosa che può essere migliorato. Tutto qui. Un uomo comune che riflette, si pone qualche interrogativo e non ne fa mistero, non si limita a farlo circolare nella forma del pettegolezzo, ecclesiastico e non. Un uomo che esprime opinioni e le firma. Opinioni che, in quanto tali, sono opinabili. Come quelle di tanti altri, del resto! Ecco che cosa sono queste riflessioni.</span></p>
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		<title>Panchine</title>
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		<pubDate>Sat, 16 May 2015 15:27:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>don Roberto</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: verdana, geneva; font-size: medium;">Forse esagero e tiro conclusioni indebite pensando che dietro un certo tipo di panchina stia una certa concezione di uomo, però la riflessione mi è venuta quando ho visto sul giornale la foto del progetto di riqualificazione di piazza Volta. Mi hanno colpito, appunto, le panchine. Molto eleganti, con quello stile minimalista, ma tutte senza la possibilità di appoggiare la schiena. “E le persone anziane come faranno?”, mi sono detto. E a questo punto mi è proprio venuto da pensare a quale tipo di uomo abbia in mente chi ha elaborato il progetto. Senza dubbio un uomo che non ha problemi fisici, che non ha bisogno di riposare il corpo stanco, che non ha bisogno di concedersi un momento prolungato di relax. Panchine solo per persone efficienti, giovani, turisti che interrompono per un attimo il loro giro della città e poi via, subito di nuovo in pista. Panchine considerate come i box di un gran premio di formula uno, dove si sosta brevissimamente per un motivo tecnico e non stai certo a parlare di problemi esistenziali con i meccanici. Mi sono chiesto, sicuramente sbagliando, in quale considerazione vengano tenute, nella nostra città, le persone anziane “normali”, quelle che fanno un po’ fatica a camminare, quelle che amano “contarla su” stando comodamente sedute, con la schiena appoggiata (perché a una certa età uno dei piaceri della vita è appoggiare la schiena, altro che le vacanze alle Maldive), quelle che amano leggere il giornale o un libro sedute sulla panchina. Forse c’è in giro un po’ troppo giovanilismo. Con la rottamazione (nelle parole più che nei fatti) renziana, con la carica dei politicanti trentenni e quarantenni si è creata l’idea che tutti quelli che hanno superato i sessant’anni debbano farsi da parte. E quale modo migliore per farglielo capire che escluderli dal vivere comunitario, creando semmai per loro dei circoli chiusi, anticamere dell’ospizio? Ma sì, facciamoli ritrovare a giocare a carte nei luoghi deputati a questo, organizziamogli qualche gita o pellegrinaggio, dove stiano solo tra di loro (al massimo con qualche nipotino). Consumatori: come tutte le altre categorie di persone. Ma che non vengano ad intralciare troppo le magnifiche sorti e progressive di una popolazione giovane (siamo uno dei Paesi più vecchi del mondo!) o giovanilista che non può tollerare la vista di anziani che, anziché fare i podisti o i ciclisti, preferiscono oziare o chiacchierare o leggere spaparanzati su comode panchine. E facciamole scomode, ‘ste panchine! Costringiamoli, ‘sti anziani, a girare per la città nell’affannosa ricerca  di un luogo dove appoggiare la schiena gratis, perché camminare fa bene alla circolazione del sangue! Mi sbaglierò, ma l’attenzione alle persone si vede nelle piccole cose. Anche nelle panchine. E qualche volta fa proprio bene all’anima e al corpo sentirsi importanti per qualcuno, considerati nei propri piccoli bisogni, ricevere gesti e parole di delicata attenzione. Anche nella “riqualificazione” di una piazza.</span></p>
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