Soldi/3

Di : | Il : 02-05-2015

Quando si gestiscono soldi di tutti, cioè provenienti da tassazione o da offerte volontarie o da beni ricevuti in eredità per opere di solidarietà, credo che sia doveroso rendicontare. La trasparenza è fondamentale per creare e mantenere un rapporto di fiducia e per dare la possibilità a tutti di verificare come i soldi vengono spesi. E anche se non sussistono obblighi di legge esistono però obblighi morali. Posto, ovviamente, che non si abbia nulla da nascondere. D’altronde  pretendiamo, giustamente, che i politici diano conto delle loro spese e delle loro entrate e ci scandalizziamo, giustamente, quando si scoprono le magagne, ma gli enti ecclesiastici possono esimersi dalla responsabilità, soprattutto in questo momento storico, di pubblicare i proprii bilanci? Non è il caso di dare, anche in questo, il buon esempio? Non fa parte, anche questo, della funzione profetica della Chiesa? Chi ha dato la propria offerta, chi ha lasciato in eredità soldi o case, chi ha donato un bene qualsiasi l’ha fatto con la convinzione che esso venga usato per quello che concerne la vita della comunità, che, per certi aspetti, assomiglia molto ad una famiglia. Questa premessa per dare un annuncio che ritengo molto importante. Dopo averne discusso in Consiglio pastorale, che si è pronunciato all’unanimità, si è deciso di pubblicare il bilancio della nostra Parrocchia (vedi pagina del Consiglio per gli affari economici). Per i motivi detti prima e per ricevere anche suggerimenti, critiche, puntualizzazioni da parte di chi si sente coinvolto nella vita della nostra “famiglia” parrocchiale. Non nego che questa decisione vorrebbe anche costituire un esempio per tutti quelli che stanno in alto. Uno dei cavalli di battaglia di tutti coloro che osteggiano la Chiesa è la mancanza di trasparenza dei conti, dallo IOR in giù. Perché non si fa finalmente chiarezza? Perché si lasciano dilagare i sospetti, i pettegolezzi, i “si dice”? Basterebbe rendere pubblicamente conto! E questo diventa un appello. La gente ha diritto di sapere come vengono spesi i soldi e anche quanti ne entrano e da quali fonti. Senza andare troppo lontano e restando nella nostra diocesi, è così fuori luogo far sapere quanto è costato ristrutturare il palazzo  vescovile? O, qualche anno fa, il seminario? O se è stato acquistato il convento di Colda e, se sì, per quale cifra? O quanto costa il personale laico della curia? O da chi sono stati pagati, e quanto, avvocati, principi del foro milanese? Sono domande forse un po’ scomode, ma rispondere sarebbe una forma di rispetto verso tutti coloro che, magari inconsapevolmente, hanno dato il proprio contributo piccolo o grande che sia, al sostegno economico della Chiesa. E tenendo conto che oggi, con tante famiglie che tirano la cinghia e non arrivano a fine mese, è ancora più opportuno dimostrare che non si buttano via i soldi e, se si sono buttati via in opere inopportune e superflue, è importante arrossire di vergogna davanti a tutti: un bagno di umiltà e qualche sana umiliazione non hanno mai fatto male a nessuno. La stessa cosa vale, ovviamente e forse ancora di più, per le congregazioni religiose, soprattutto quelle missionarie, che raccolgono fondi in modo capillare per sostenere le loro missioni. Gli esempi negativi di organismi internazionali e non (vedi UNICEF, FAO e quant’altri) che utilizzano la maggior parte dei soldi raccolti per mantenere e foraggiare le proprie strutture elefantiache devono spronare ad un utilizzo veramente sempre solidale dei beni. E quale stimolo migliore che il dover rendere conto a tutti? Non è profetico solo soccorrere i poveri. Forse è profetico anche evitare le spese inutili. E creare un mentalità di autentica condivisione, almeno a livello di conoscenza dell’utilizzo dei beni. 

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